La Torres nelle mani di Fazio: "Paro i rigori ma mi butto in attacco. Il calcio è la mia vita"

Written By Unknown on Kamis, 05 Maret 2015 | 23.45

Dicono che quando sei giovane è più facile andare via. Metti in sogni in valigia e parti. Mimma aveva vent'anni quando ha lasciato Catania. E facile non è stato. «La Sicilia mi manca sempre». Fazio, la solitudine del numero 1, difensore estremo di una rete cucita su pali e traverse. Ci è finita per caso in porta, perché quando inizi a giocare a pallone e lo fai per strada, i gol li vuoi fare non parare. «In trasferta non si portava il secondo portiere, per risparmiare, allora una volta ho detto "mi ci metto io in porta", in fin dei conti giocavo anche a pallavolo e avevo dimestichezza con le mani». Il destino aggiusta il tiro però e se Mimma Fazio da Catania è riuscita a vivere il suo sogno di calciatrice è perché è finita in porta, da punta forse non avrebbe avuto la stessa fortuna. E chiamiamola fortuna... Ha vissuto senza bisogno di lavorare finora, ma senza arricchirsi. E ora che ha 34 anni, s'impone l'interrogativo: che ne sarà di me? «Ho provato a guardarmi intorno intanto e lavoro non ce n'è. Ho un brevetto di assistente bagnante e un attestato di barman. D'estate già faccio lavori stagionali. Vacanza mai. Mi piacerebbe avere un'attività mia, ma dovrei avere dei soldi da parte e nel calcio femminile sono poche quelle che sono riuscite anche a risparmiare».

ANNI TERRIBILI. Era ragazzina e per lei il calcio iniziava e finiva per strada con i cugini. Poi come in una favola da favela brasiliana, un signore la vede, le dice che è forte, le svela un segreto e le direziona la vita: il calcio femminile esiste e lei finisce al Gravina. «Io pensavo che ci giocassero solo i maschi a pallone! Col Gravina abbiamo fatto una bella cavalcata dalla C alla A. Ci andavo solo a giocare, mi allenavo a Catania con una squadra maschile. Ma i maschi non ti danno credito, devi conquistarli, fargli vedere di cosa sei capace. Quando capiscono che sai giocare a pallone come loro, allora diventi uno di loro. Mi ha fatto bene allenarmi con la maschile». Fa bene tutto quando c'è di mezzo la sopravvivenza. E Mimma le ossa se l'è fatte proprio da giovanissima, avanti e indietro da un quartiere dove la vita ogni giorno era appesa a un filo. Dove convivere con la paura alla fine te la fa anche passare, ci si abitua a tutto, anche alla morte, e un giorno in più che torni a casa è un giorno fortunato. «Sono cresciuta in un brutto posto, pericoloso. Lì la scuola non contava niente, io l'ho abbandonata. Lì le ragazze appena erano in età dovevano sposarsi. Lì si cercava di fare i soldi facili. Però ogni tre porte c'era anche brava gente. Il calcio mi ha dato tanto, mi ha allontanato a 13 anni da quel posto e sono cresciuta, anche culturalmente, altrimenti sarei rimasta ignorante. Certo è stata dura: '80-'90, un brutto decennio. Le sparatorie erano all'ordine del giorno e ti ci trovavi in mezzo. Una volta mi sono salvata nascondendomi sotto a una macchina, un'altra infilandomi dentro a una casa che ho trovato con la porta aperta per fortuna. Dalla finestra della scuola assistevamo spesso alle sparatorie. Dicevano delinquenza ordinaria, ma era mafia quella lì». La mafia, già, un marchio se nasci siciliano. Brutto no? «Siciliana, mafiosa? Me lo dicono ancora ma mi faccio una risata. Dopotutto la mafia c'è, inutile nasconderselo, come la camorra in Campania, la 'ndrangheta in Calabria. A ognuno il suo... Sì però la Sicilia è altro, c'è gente per bene». 

SOGNI DI PALLONE. Catania è una città sorprendente: da un lato il mare, dall'altro il vulcano fumante, infuocato o innevato, dipende. «Difficile staccarsi da tanta bellezza, ma la mia è stata una scelta di vita. A Verona, la squadra allora si chiamava Bardolino, ho capito che non era solo un gioco, potevo vivere di calcio. I miei non mi hanno mai ostacolato. Mamma mi diceva: "Sempre con 'sto pallone in mano, che ci devi fare?"  Dopo Verona, Reggio Emilia, quindi la Lazio che mi ha segnato. Era in serie B e l'abbiamo riportata in A, sono rimasta lì cinque anni, bel gruppo. Due-tre anni stupendi, poi sono iniziati i problemi. Anche da Pordenone non sarei mai andata via, è stata l'unica società che quello che mi ha detto mi ha dato. Profonda stima. Poi è arrivata la chiamata della Torres, in un anno difficile, erano andate tutte via. Ho rischiato, ma sì tanto se non prendo i soldi, quanto meno ho il vitto e l'alloggio. A Sassari mi trovo bene». La Torres si dibatte con i problemi economici, ma nel suo piccolo ha già copiato il modello europeo: la maschile di Lega Pro e la femminile di serie A sono la stessa società. Stesso presidente, stesse strutture, stessi medici e fisioterapisti. «C'è tanto da lavorare, però almeno qui ci stanno provando. Con gli uomini condividiamo molte cose, il campo no, perché loro giocano sull'erba e noi sul sintetico. Però ci forniscono attrezzature, maglie e altro. Abbiamo un contatto diretto con il presidente che ci ascolta, viene a vedere qualche partita, è vicino. Le difficoltà economiche ci sono sempre, ma il modello europeo - affiliare la femminile alla maschile - è l'unico modo per andare avanti».

Mimma pesa le parole. Niente è scontato. I sogni sono sogni di pallone. Una chiamata in Nazionale, una Champions, uno scudetto. Conta i gol che ha subito, così come un attaccante conta quelli che ha fatto. «Diciotto quest'anno e finora solo due nel girone di ritorno. Con la Nazionale ho avuto poca fortuna. Solo un'apparizione con l'Under 17. Mi è dispiaciuto. Una chiamata me l'aspettavo, quando fai bene te l'aspetti sempre. La Champions... che esperienza bella. Certo vai lì, a Francoforte, e lo stadio è pieno, ci sono le tv in campo, firmi autografi e regali maglie. Stupendo. Poi loro vengono da noi e ci sono solo i parenti e qualche amico. Quello è proprio un calcio diverso. Speriamo di sfruttare bene la finale di Champions 2016 che si giocherà a Reggio Emilia, è un'occasione importante».

A PROPOSITO DI MIMMA. Ama la carbonara, la cassata, i cannoli e la pasta col nero di seppia della mamma. Condivide l'appartamento con cinque compagne di squadra e comincia a desiderare una casa tutta per sé, anche se non ama mangiare da sola. Le piace andare al cinema, il film da vedere e rivedere è Top Gun. Musica tanta, Raf il preferito anche se a Sanremo «poteva fare meglio». In tv guarda ancora "Beautiful", che è una di quelle cose vecchie di cui è difficile disfarsi. «Sono andati quasi tutti via, è rimasta solo Brooke. Sì ci sono tante assurdità, ma quante di quelle assurdità si trovano nella vita reale?».

La solitudine del numero 1 ovvero la grandezza e il coraggio del numero 1. «Abbiamo tante responsabilità noi portieri. Se sbaglia un attaccante si dimentica ma se un portiere prende un gol non se lo scorda nessuno. Milena Bertolini è stata la migliore allenatrice che abbia mai avuto. Ero con lei a Reggio Emilia, mi ha insegnato la concentrazione, fondamentale per un portiere. Le devo molto. La mia specialità è parare i rigori. E so giocare anche con i piedi, vado in attacco e ti faccio il sombrero, mi dicono che sono matta. Le più forti sono Marchitelli e Pipitone e non sono in Nazionale...». Tifa per il Catania e il suo idolo è Francesco Totti, «perché non ha mai cambiato maglia». Da Isola a Isola, dalla Sicilia alla Sardegna, una calciatrice, una donna spontanea, vera e ottimista, con qualche "h" che si perde per strada dice ("mi prendono in giro, ma io ci rido"): Mimma Fazio non voleva fuggire dalla sua vita, ma dal calcio un po' si sente salvata. «Sono stata fortunata ad avere genitori come i miei, che ai figli hanno permesso di fare quello che desideravano: mio fratello va per mare, fa il pescatore, ha un peschereccio suo. E io, finché posso ho il pallone, gioco a calcio: è la mia vita, non chiedo altro».   


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